CAFE DE FLORE O LES DEUX MAGOTS?

Una storia di due caffè… Uno ineffabilmente chic, l’altro disperatamente superato. Adam Gopnik visita il Flore e il Deux Magots, pilastri della vita parigina, e riflette sulla crudeltà della moda.

“Ci siamo recati al Flore e ci siamo guardati intorno, al piano superiore e a quello inferiore, senza trovare un solo tavolo libero – come ogni sabato, del resto – perciò siamo usciti a riflettere su dove poter andare. Il mio sguardo si è rivolto, con una certa nostalgia, al Cafe Deux Magots, in fondo alla strada, nella Place Saint-Germain-des-Pres. I due caffè sono separati solo dalla breve e stretta Rue Saint-Benoit. Ho guardato Nicole. “Perché non andiamo lì?” Ho proposto. Sul volto di Nicole è apparso un sorriso – un sorriso misto di perplessità e incredulità. “Non saprei,” ha detto, in un’epigrammatica sintesi della situazione. “Un tempo lo frequentavamo, penso ... 20 anni fa...” La sua voce è andata sfumando ed è comparso di nuovo quel sorriso sul suo volto. Non sapeva dire perché, ma sapeva che era impossibile.

Ad ogni modo, una delle cose che impari quando vivi come un osservatore curioso (o come una curiosità osservata) ai margini del mondo modaiolo parigino, è che il Flore resta uno dei luoghi più alla moda di Parigi, mentre il Deux Magots è stato abbandonato anni fa da persone che si ritengono appartenenti a questo mondo, a ce pays-ci – a questo paese, come gli abitanti di Versailles chiamavano la loro piccola isola alla moda. In qualche modo, a un certo punto, in un passato molto prossimo ma – per Nicole, almeno - irrecuperabile, è successo qualcosa che ha reso il Cafe de Flore il locale più alla moda di Parigi e il Deux Magots quello meno.

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A Parigi, le spiegazioni avvengono con una sequenza prevedibile, indipendentemente dall’oggetto della spiegazione. Prima viene la spiegazione in termini di individualità unica e romantica, poi la spiegazione in termini di assoluti ideologici, infine la spiegazione in termini di futilità di qualsiasi spiegazione. Perciò se, per esempio, ti si guasta l’asciugatrice e vuoi che un tecnico di BHV venga a ripararla, come prima cosa ti verrà risposto che c’è una sola persona in grado di ripararla ma che al momento non è disponibile (spiegazione in termini romantiche di doti di un singolo); poi, che non può essere riparata per una settimana per una politica del negozio (spiegazione in termini di necessità ideologiche); e infine che hai perfettamente ragione a trovare tutto ciò esasperante, ma che non c’è nulla da fare, perché il fatto di guastarsi è nel destino di un’asciugatrice (futilità della spiegazione stessa).

“Sono macchine sensibili, non sono adatte alla loro funzione, nessuno ne ha mai fatta una in grado di fare il suo dovere,” dichiara sospirando il burocrate di turno del negozio. “C’est normal.” E lo stesso vale tanto per le piccole quanto per le grandi cose. La stessa sequenza che spiega il guasto all’asciugatrice vale anche per la spiegazione della Rivoluzione Francese proposta dai grandi storiografi nazionali. “Ha fatto tutto Voltaire!” è stata la spiegazione di La Villette (individualità unica); una battaglia inevitabile tra borghesia e aristocratici, spiegano i marxisti (politica del negozio); fino all’annuncio di Foucault che dichiara che non c’è nulla che valga la pena di essere spiegato nell’avvento del Regime del Terrore perché a ben vedere l’intera cultura occidentale è un regime del terrore (tutte le asciugatrici sono uguali).

“È una bella domanda,” mi ha risposto un amico, personaggio dei media francesi dagli anni Quaranta che pranza ogni giorno al Flore, quando gli ho domandato perché, quando esattamente - e come - il Flore ha superato il Deux Magots. Eravamo seduti, per l’appunto, al Flore, a mangiare delle gustose, ma terribilmente costose, omelette. La sala al piano di sotto era piacevolmente rossa e melanconica come sempre, con i suoi tavolini quadrati, anziché rotondi, che davano tutti l’impressione di essere tavolini d’angolo.


Nella settimana trascorsa dalla mia prima indagine, avevo fatto qualche lettura. Avevo scoperto che il Deux Magots e il Flore hanno vissuto l’uno accanto all’altro per circa un secolo. Il Flore ha avuto per molto tempo un tendone bianco con la scritta verde, il Deux Magots un tendone verde con scritta dorata. L’interno del Flore è sempre stato decorato con pelle rossa – quello che i francesi chiamano fustagno – mentre l’arredo del Deux Magots è marrone. Ma la mia scoperta è stata che, come altre cose intramontabili di Parigi, questi due caffè lo sono diventati dopo l’orrore della guerra Franco-Prussiana. Sebbene ci sia sempre stata una chiesa a Saint-Germain, la topografia della Place Saint-Germain – la piazza stessa – risale solo agli anni ’70 dell’800.

Il Deux Magots è il modesto erede dell’omonimo negozio di lingerie di seta che ha occupato quei locali per decenni, fino al 1860 circa, quando la nascita dei grandi magazzini dall’altra parte del fiume l’ha portato al fallimento. I proprietari decisero allora di affittare i locali a un cafe liquoriste, che conservò il nome e iniziò a servire caffè. Nessuno sa esattamente quando siano state installate le due statue di cinesi mandarini – i Deux Magots; Anatole France, nelle sue memorie, scritte a cavallo fra i due secoli, parla di un’immagine di tre magots appesi nel negozio di lingerie.

Il Flore, invece, non ha una preistoria; fondato nel 1870, è sempre stato un caffè ed è stato chiamato Flore per la statua della dea Flora che si trovava al suo esterno. Nel 1880, Leonard Lipp, un alsaziano fuggito dall’occupazione tedesca della sua provincia, aprì una brasserie dall’altra parte della strada, formando le basi della topografia della nuova piazza.
Per molti anni, il Deux Magots è stato fra i due caffè quello più famoso e alla moda. Oscar Wilde andava lì a bere dopo aver lasciato l’Inghilterra e morì circa 5 isolati più in là. È lì che Joyce andò a bere vino bianco svizzero, con chiunque tranne che con Hemingway, con il quale bevve dry sherry, perché Hemingway non era chiunque. (O almeno, così è come lo racconta Hemingway.)

La presenza di tanta storia dovrebbe essere snervante o per lo meno imbarazzante. Ma così non è a Parigi, non perché il passato è così solenne, ma perché non sembra esistere. L’asciutta efficienza della comune civilizzazione francese, di cui il caffè francese è la più elevata incarnazione, è tanto pungente da annullare la nostalgia. La storia va avanti a pulire il tavolo e a chiederti, con fare piuttosto impaziente, se gradisci qualcos’altro.

Fu solo negli anni ’40 del ‘900 – ho imparato un sacco di cose leggendo la nuova straordinaria biografia di Camus scritta da Olivier Todd, uno dei più grandi libri degli ultimi anni – che il triangolo formato dai due caffè e dalla Brasserie Lipp in Saint-Germain-des-Pres divenne leggendario. Fu quando venne a formarsi il gruppo della resistenza, accompagnato dalla cultura – quando Camus, Sartre e Simone de Beauvoir, come ci racconta l’immagine giunta a noi, si riunirono in un angolo del Deux Magots mentre Juliette Greco cantava canzoni tristi in un altro.

Il fatto strano è che questa immagine è quasi totalmente vera. È stato al Deux Magots, per esempio, che Sartre vide il famoso cameriere citato nella sua filosofia, del quale scrisse, “Ha il gesto vivo e pronto, un po’ troppo preciso, un po’ troppo rapido, si avvicina ai clienti con passo un po’ troppo veloce, s’inchina verso di essi affettatamente, la sua voce, i suoi occhi mostrano un interesse un po’ troppo sollecito per i loro ordini.” (È ancora così che io vedo i camerieri.)

Eppure, 50 anni dopo il periodo classico, un caffè è ancora più che mai di moda mentre l’altro non lo è affatto. A prima vista potresti non notarlo. Al Flore, la gente alla moda è sparsa fra i tavoli anziché essere concentrata in un unico punto; occupano lo spazio in maniera clandestina, seguendo la legge del Fascino Naturale Inverso.

La terrazza del Flore, anche in una perfetta giornata di sole (soprattutto in una perfetta giornata di sole), è off limits; la sala interna, con i suoi divanetti di fustagno rossi, è accettabile; ma il luogo di gran lunga migliore in cui accomodarsi è il piano superiore (lì ero seduto insieme al mio amico), dove i divanetti sono fatti di un orribile materiale di similpelle. (La legge del Fascino Naturale Inverso entra in azione: la terrazza vietata sarebbe invece un luogo straordinario in cui accomodarsi; la sala interna è un posto piacevole; mentre la sala superiore porta alla mente un cocktail lounge.)

Il suono delle elevate conversazioni francesi, con i loro incantevoli mormorii di certezza e le parole preferite dei modaioli francesi, si alzano dai divanetti e risuonano tutto intorno. Perversité, che significa “perversione” ma che è usata come parola di elogio, suggerisce qualcosa – un libro, un piatto, un politico – con un che di aristocratico. C’est normal, che suona come un “no problem” e può riferirsi anche a qualsiasi situazione politica o letteraria, è diversa dalla frase americana per il fatto che l’enfasi non è posta su una difficoltà superata o elusa ma sul ritorno a un’atmosfera di comfort familiare, omeostatica: un fatto che succede può sembrare insolito (ad esempio, la rivelazione che un ex Ministro della Difesa possa essere stato un agente del blocco orientale) ma, correttamente interpretato, non è per nulla scioccante – è normale, seppure vagamente deprecabile. E di tavolo in tavolo, come il rintocco di una campana, si solleva la congiunzione donc, che significa semplicemente “quindi” o “perciò” ma, se usato in una conversazione letteraria e mondana, e fatto risuonare con sufficiente forza, significa “è una conseguenza obbligata come la notte che segue il giorno” e alle mie orecchie è sempre suonata definitiva come la tromba di Gedeone.

“Tutto questo invece ha a che fare con le figure di due uomini, Boubal e Cazes,” spiega il mio amico. Paul Boubal è stato il proprietario del Flore dal 1939 al 1983 – morì cinque anni dopo – e Roger Cazes non era il proprietario dei Deux Magots ma della Brasserie Lipp dall’altra parte della strada. “C’è da dire che Cazes e Boubal provenivano entrambi dall’Alvernia – erano campagnoli - e, sebbene ciascuno pensasse che l’altro conducesse un’attività spregevole, si rispettavano a vicenda e frequentavano l’uno il locale dell’altro. Ciò portò, negli anni Cinquanta, a un accordo naturale, a una sorta di atmosfera familiare fra i due locali. Intendo un’atmosfera familiare nel senso reale della parola – fatta cioè di dipendenza, sospetto e risentimento. Il titolare del Deux Magots era una persona molto più timida. E fu lasciato fuori da questo accordo.” La vera forza motrice fu perciò quella di Lipp: era il terzo pianeta, che disturbava le orbite degli altri due.

Eccola, quindi, la spiegazione in termini di singolarità romantica in una forma pressoché perfetta, con l’aggiunta di un tocco di terroir, l’attaccamento francese a un tocco di patriottismo. Qualcuno mi ha suggerito di parlare con il saggista ed editore Jean-Paul Enthoven, autore della collezione di saggi letterari di maggior successo della stagione, “Les Enfants de Saturne”. Enthoven, mi è stato detto, sarebbe stato sicuro di avere una spiegazione; avrebbe potuto spiegarmi tutto ciò che riguarda i parigini.

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“Ecco la mia ipotesi,” ha esordito quando l’ho contattato al telefono in ufficio, presso la casa editrice di Grasset. “Bisogna tornare indietro agli anni Venti e Trenta, quando il Flore iniziò a essere identificato con l’estrema destra e il Deux Magots, automaticamente, con la sinistra. Charles Maurras, il fondatore di Action Francaise, ha usato il Flore come sua casa base.” Maurras era, al contempo, uno dei più importanti stilisti della letteratura francese – un membro dell’Accademia Francese con un’influenza fondamentale su T S Eliot, tra gli altri modernisti, e un antisemita di estrema destra. “Prima che di chiunque altro, era il locale di Maurras. La sua polemica più famosa ha addirittura preso il nome dal caffè – “Au Signe de Flore”. Maurras era una forza maligna: tutto ciò che toccava era al tempo stesso disgraziato e santificato.”

Così ha proseguito Enthoven: “Ciò significa che all’epoca dell’Occupazione, quando Sartre e Simone de Beauvoir arrivarono a Saint-Germain e diedero inizio alla loro resistenza, dovettero evitare il Flore come una piaga, essendo stato contaminato da Maurras. Ma allora i turisti iniziarono ad affollarsi nel Deux Magots per poter vedere Sartre e de Beauvoir. Il locale iniziò ad essere sovraffollato e gli intellettuali finirono col notare che il Flore lì accanto era vuoto. Nel frattempo Maurras se n’era andato, l’Occupazione era finita e, di fronte a una scelta tra l’inquinamento di Maurras e l’inquinamento del turismo, gli intellettuali scelsero di apprezzare il vuoto piuttosto che tollerare la massa. Perciò attraversarono la strada e non tornarono più indietro.”

Poi si è interrotto un attimo, come per prepararsi a un aforisma, quindi ha proseguito, “Il Deux Magots era stato sacralizzato da Sartre, desacralizzato dai turisti, quindi lasciato vuoto dalla storia.” 1870, 1940, ho pensato. Come tante cose belle di Parigi, i due caffè sono stati formati dalla prima invasione tedesca e, in un modo o nell’altro, sono stati deformati dalla seconda.
A un altro amico, più austero, è lasciata la spiegazione della futilità-della-spiegazione, quella di un caffè più modesto, sconfortato – né alla moda né fuori moda, solo un posto dove andare a chiacchierare. “Non c’è niente da spiegare qui,” ha dichiarato. “La spiegazione è semplice, Saussuriana.” Si stava riferendo, come ho capito solo un attimo dopo, al padre della linguistica moderna, che fu il primo a notare come i segni abbiano significato non per il fatto di essere simili all’oggetto che indicano ma per il fatto di essere diversi da ogni altro segno: il segno per “nero” significa “nero” perché non è uguale al segno per “bianco”.

“L’essere alla moda esiste solo in relazione a qualcosa che non lo è,” ha proseguito. “La relazione tra l’essere alla moda del Flore e il non essere alla moda del Deux Magots non è solo potenzialmente arbitraria: è necessariamente arbitraria. Se metti due cose qualsiasi una accanto all’altra, una sarà alla moda, l’altra no. È una necessità determinata dall’idea stessa di moda. Un mondo in cui tutto è di moda è impossibile da immaginare, perché implica che non vi sia nulla a fare da contrasto. Il motivo per cui, quando si mettono due cose una accanto all’altra, una diventa chic e l’altra no, è che è nella natura del desiderio il voler scegliere e lo scegliere in maniera assoluta. È la lezione mitologica della grande scelta fra due bellezze: entrambe bellissime – due dee – eppure un uomo deve scegliere. E chi è a scegliere? Parigi. C’est normal”

Maxime - Art & Culture

Bonjour, my name is Maxime. I obtained my name because my grandmother always took me to Maxime’s in Paris for my birthday, always in the company of her best girlfriend! When I was fourteen years old, I was already enamoured with their Parisian chatter. Now, when with friends, I know everything about the art of invisible make-up and light cocktails! The Parisian really has a very distinct character: she’s surprising and interesting. And she’s so feminine! As for invitations, it a real task: each day Paris offers new exhibitions, previews and vernissages. With a Parisian, you absolutely have to be in the right place at the right time!

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